Il nostro cervello è programmato per la sopravvivenza, preferendo ciò che è familiare anche quando è doloroso, un meccanismo che può tenerci bloccati in situazioni infelici per mesi. Sorprendentemente, questa resistenza non è un difetto, ma una logica interna basata sulla paura dell’ignoto e sull’odio per lo spreco. Come possiamo quindi dialogare con il nostro centro di comando per convincerlo che lasciare andare non è una minaccia, ma un’opportunità? La risposta si trova nel comprendere le sue trappole e nell’usare piccole strategie concrete per guidarlo verso una nuova direzione.
Perché il nostro cervello si aggrappa così tanto al passato
Istintivamente, il nostro cervello non è progettato per gestire eleganti strategie di uscita, ma per garantirci la sopravvivenza. Per questo motivo ama ciò che conosce, anche se è tutt’altro che ideale. Il familiare equivale alla sicurezza, mentre l’ignoto è percepito come un rischio. Questo processo mentale ci spinge sottilmente a tornare sempre verso ciò che già conosciamo: un lavoro che non ci soddisfa più, un’amicizia ormai vuota, un progetto che ci esaurisce.
Marco Rossi, 42 anni, project manager di Milano, lo descrive così: “Sapevo da un anno che quel lavoro mi stava distruggendo, ma ogni mattina mi ritrovavo alla stessa scrivania. Era come se una parte di me, il regista delle mie emozioni, si rifiutasse di ammettere la sconfitta.” Questa lotta interna illustra perfettamente il conflitto tra la coscienza razionale e gli istinti profondi del nostro cervello.
La trappola dei costi irrecuperabili: un’illusione della nostra mente
Questa tendenza si rafforza drasticamente quando abbiamo investito tempo, denaro o energia in qualcosa. A quel punto, nella nostra centrale operativa scatta un allarme interno: “Non buttarlo via! Ti è costato fatica.” Ed è proprio qui che la logica si inceppa. Questo fenomeno, noto in economia come la “fallacia dei costi irrecuperabili”, porta il nostro computer biologico a prendere decisioni basate su ciò che abbiamo già investito, invece che su ciò che è meglio per il nostro futuro.
Le statistiche mostrano che le persone rimangono in media mesi, se non anni, in un lavoro che le rende infelici. Molti ammettono che avrebbero voluto andarsene molto prima, ma sono rimasti perché “l’azienda aveva investito su di loro” o perché avevano dedicato anni a quella carriera. Il nostro cervello odia lo spreco, ma dimentica che aggrapparsi a qualcosa di tossico è la più grande forma di spreco: lo spreco del nostro presente e del nostro futuro.
Il bisogno di coerenza e la paura di riscrivere la nostra storia
A livello neurologico, l’architetto dei nostri pensieri cerca coerenza. Vuole credere che siamo persone perseveranti, leali, che non si arrendono facilmente. Lasciare andare viene vissuto come una frattura della nostra identità, un tradimento della narrazione che abbiamo costruito su noi stessi. Significherebbe dover scrivere una storia completamente nuova, e questo richiede un enorme sforzo cognitivo.
Di fronte a questa fatica, il nostro processore centrale sceglie la via più breve e meno dispendiosa nell’immediato: rimani ancora un po’, non decidere ora, pensaci ancora un altro po’. Questa procrastinazione decisionale protegge la nostra psiche dall’incomodo di dover ridefinire chi siamo, ma a un costo altissimo per il nostro benessere a lungo termine. Il labirinto neurale preferisce percorrere sentieri già battuti, anche se non portano da nessuna parte.
Come hackerare la propria mente per imparare a lasciare andare
Se il ragionamento logico non basta a convincere il nostro motore interiore, dobbiamo usare strategie più sottili, capaci di aggirare le sue difese. Si tratta di dialogare con il cervello usando il suo stesso linguaggio: quello delle immagini, delle abitudini e dei piccoli segnali fisici. Invece di combatterlo, possiamo guidarlo.
Visualizzare il “sé futuro” invece di piangere il passato perduto
Un modo estremamente potente per riorientare la nostra bussola interna è smettere di concentrarsi su ciò che si perde e iniziare a focalizzarsi su ciò che si guadagna. Immagina te stesso tra sei mesi, dopo aver lasciato andare. Dove vivi? Come si svolge la tua mattinata? Chi appare nella lista delle tue chat? La chiave è rendere questa visione il più vivida e concreta possibile.
Quando creiamo un’immagine chiara e desiderabile del futuro, l’attività cerebrale si sposta dalla modalità “perdita” alla modalità “opportunità”. Puoi anche provare a scriverlo su carta. Prendi un foglio e dividilo in due: da una parte scrivi come sarà la tua vita se tutto rimane com’è, dall’altra come potrebbe essere se avessi il coraggio di cambiare. Spesso, la risposta che il tuo intelletto cerca è già lì, nascosta nelle parole che ti suscitano più emozione.
Modificare l’ambiente fisico per supportare il cambiamento mentale
Cercare di cambiare mentalmente rimanendo immersi negli stessi schemi fisici è come provare a smettere di mangiare zucchero vivendo in una pasticceria. Il nostro cervello è fortemente influenzato dall’ambiente. Se continui a frequentare gli stessi posti, a rileggere gli stessi messaggi o a percorrere la stessa strada, i tuoi neuroni continueranno ad attivare i vecchi percorsi emotivi.
L’antidoto è compiere piccole, ma significative, azioni fisiche. Archivia quella conversazione. Scegli un percorso diverso per andare al lavoro, così da non passare davanti a “quel posto”. Elimina il collegamento a quella vecchia cartella di foto. Questi gesti, apparentemente insignificanti, sono segnali potenti per il nostro cervello. Gli comunicano che ci stiamo spostando, che stiamo scegliendo una nuova rotta.
Le trappole più comuni nel processo di distacco (e come evitarle)
Il percorso per lasciare andare è pieno di insidie create dalla nostra stessa fortezza mentale, che cerca di riportarci nel territorio conosciuto. Riconoscere queste trappole è il primo passo per non caderci dentro e per proseguire con maggiore consapevolezza nel nostro processo di liberazione.
L’errore di aspettare la certezza assoluta
Uno degli errori più grandi è pensare di dover “sentire” la certezza al 100% prima di agire. Il dubbio fa parte del processo. È umano provare tristezza per ciò che si lascia, anche quando si è convinti che sia la scelta giusta. Questo non è un segnale per tornare indietro, ma semplicemente la prova che siamo esseri umani con un archivio di ricordi e sentimenti. Il nostro cervello non ama le incertezze, ma la crescita avviene proprio lì.
La tirannia del “non pensarci”
Più cerchi di scacciare un pensiero, più questo ritorna forte e prepotente. È un paradosso ben noto dei nostri processi cognitivi. La soluzione non è reprimere, ma gestire. Prova con la tecnica dell’attenzione dosata: concediti un quarto d’ora al giorno per sentire tutto il dolore, la rabbia o la nostalgia. Scrivi, piangi, urla. Dopodiché, chiudi quel capitolo e dedicati a qualcosa che ti faccia sentire bene e proiettato in avanti.
In questo modo, il santuario dei pensieri impara una lezione fondamentale: le emozioni hanno uno spazio legittimo, ma non hanno il diritto di governare ogni nostra azione. Come disse qualcuno, “lasciare andare non è non sentire più nulla. È non permettere più ai tuoi sentimenti di decidere il tuo futuro.” Questo organo complesso ha bisogno di confini chiari.
| Ostacolo del Cervello | Descrizione del Meccanismo | Strategia Pratica per Superarlo |
|---|---|---|
| Bias della familiarità | Il cervello preferisce un dolore conosciuto a un piacere sconosciuto perché lo percepisce come più sicuro e prevedibile. | Visualizza un “sé futuro” dettagliato e positivo per rendere l’ignoto più attraente e meno minaccioso. |
| Fallacia dei costi irrecuperabili | L’odio per lo “spreco” degli investimenti passati (tempo, energia) blocca le decisioni future. | Riformula la scelta: rimanere ha un costo ancora più alto, quello del tuo benessere futuro. |
| Bisogno di coerenza interna | Lasciare andare è visto come un fallimento della propria identità e della storia che ci siamo raccontati. | Compi piccole azioni fisiche (cambiare strada, archiviare chat) per segnalare al cervello un nuovo inizio. |
Le domande giuste per dare al tuo cervello la spinta finale
A volte, il nostro quartier generale non ha bisogno di nuovi consigli, ma solo del coraggio di ascoltare ciò che sa già. Se ti senti bloccato, prova a porti queste tre domande con brutale onestà. Le risposte potrebbero non essere comode, ma spesso sono incredibilmente chiare e capaci di sbloccare la situazione.
La prima domanda è: “Se iniziassi oggi da zero, con le conoscenze che ho adesso, sceglierei consapevolmente questa situazione, questa persona o questo lavoro?”. Spesso la risposta è un secco “no” e questo chiarisce immediatamente la discrepanza tra le nostre azioni e i nostri veri desideri.
La seconda: “Cosa consiglierei a un caro amico nella mia identica situazione?”. Tendiamo a essere molto più saggi e compassionevoli con gli altri che con noi stessi. Uscire dalla propria prospettiva aiuta a vedere la situazione con una lucidità sorprendente. Le nostre facoltà cognitive diventano più affilate quando non sono offuscate dall’emotività personale.
Infine, la terza e più profonda domanda: “Di cosa ho precisamente paura se lascio andare?”. Non una paura generica, ma quella specifica. Paura della solitudine? Del fallimento? Del giudizio altrui? Dare un nome alla paura è il primo passo per ridimensionarla e capire che, forse, la prigione in cui viviamo è più spaventosa della libertà che ci attende. Il nostro cervello ha bisogno di questa chiarezza per poter finalmente collaborare con noi.
Come so se devo davvero lasciare andare o se è solo un momento no?
Presta attenzione alla durata e alla ripetizione. Un momento no di solito passa nel giro di qualche settimana, mentre la consapevolezza profonda che ‘questo non va più bene’ continua a ripresentarsi per mesi, anche nei giorni positivi.
Perché provo così tanta colpa quando chiudo con qualcosa che non funziona più?
Perché il nostro cervello associa l’abbandono al fallimento e al deludere le aspettative (proprie e altrui). Questo senso di colpa dice più sulle convinzioni che abbiamo interiorizzato che sulla situazione reale.
Lasciare andare non è semplicemente arrendersi?
Arrendersi è smettere per paura o per sfinimento. Lasciare andare è smettere per lucidità e amor proprio. È la motivazione dietro la tua scelta a fare tutta la differenza.
Come posso rimuginare di meno sulla mia decisione dopo averla presa?
Scrivi le ragioni della tua scelta quando sei lucido e rileggile nei momenti di dubbio. Questo dà un’ancora al tuo cervello quando la mente tende a riscrivere la storia in modo nostalgico.
E se chi mi sta intorno non capisce la mia scelta di lasciare andare?
Puoi spiegare le tue ragioni e chiedere rispetto, ma non puoi aspettarti l’approvazione di tutti. Sei tu a vivere le conseguenze della tua vita, quindi sei tu ad avere il diritto di prendere le decisioni che ritieni giuste per te.









