Sorpresa: su scala mondiale, l’essere umano lavora in media solo 2 ore e mezza al giorno

Se vi dicessero che, in media, un essere umano lavora poco più di due ore e mezza al giorno, probabilmente scuotereste la testa increduli. Eppure, una sorprendente ricerca su scala globale fissa a sole 2,6 ore il tempo che dedichiamo al lavoro retribuito. Questo dato, che cozza violentemente con la nostra percezione di giornate infinite e settimane di 40 ore, nasconde una verità molto più complessa su come l’umanità intera ripartisce il suo tempo. Ma allora, se non lavoriamo, cosa fa la nostra specie per tutte le altre ore? La risposta demolisce molte delle nostre certezze sulla produttività e sulla vita moderna.

La grande illusione della giornata lavorativa di 8 ore

La sensazione di essere perennemente sommersi dal lavoro non è un’allucinazione collettiva. Il problema risiede nella definizione stessa di “lavoro”. Molti di noi, creature sociali immerse in un’economia complessa, passano gran parte della giornata in attività che gravitano attorno al lavoro, ma che non sono lavoro produttivo vero e proprio. Lo conferma anche uno studio di Bain & Company, che ha rivelato un dato sconcertante: un manager medio in Italia passa circa 21 ore settimanali in riunione e altre 11 a gestire le email. Il tempo residuo per il lavoro strategico e concentrato? Appena 15 ore a settimana, che si traducono proprio in quelle famose due ore e spiccioli al giorno. L’individuo moderno è spesso intrappolato in un ciclo di “lavoro performativo” che dà l’illusione dell’impegno, ma produce scarsi risultati concreti.

Il paradosso digitale: più connessi, meno produttivi?

La tecnologia, che doveva liberare l’essere umano dalle fatiche e ottimizzare i tempi, sembra aver creato un nuovo tipo di prigione. Le notifiche costanti, le videochiamate a raffica e un flusso ininterrotto di informazioni frammentano la nostra attenzione in modo spietoso. Ogni email letta, ogni messaggio a cui si risponde, ogni call a cui si partecipa erode la capacità di concentrazione necessaria per il “deep work”, il lavoro profondo e di valore. Si stima che, rispetto a vent’anni fa, oggi serva il 50% di tempo in più solo per completare un processo di assunzione. Questo ci dice che, nonostante gli strumenti avanzati, l’homo sapiens digitale è diventato paradossalmente meno efficiente su compiti complessi, disperdendo energie preziose in mille micro-attività. Entro il 2026, con l’integrazione sempre più spinta dell’IA, questo paradosso potrebbe accentuarsi: saremo chiamati a gestire l’automazione, un’altra fonte di potenziale distrazione.

Ma chi è questo “essere umano medio”? La vera chiave della ricerca

Qui arriviamo al cuore della questione. Il dato delle 2,6 ore non si riferisce al singolo impiegato o professionista, ma è una media calcolata sull’intera popolazione mondiale: quasi 8 miliardi di persone. Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista PNAS e condotto da ricercatori della McGill University, ha aggregato dati da 145 paesi, includendo nel calcolo chiunque. Questo significa che nel conteggio rientrano neonati, bambini, studenti, pensionati, persone in cerca di occupazione e chiunque non faccia parte della forza lavoro attiva. L’abitante medio del pianeta, statisticamente, non è un lavoratore a tempo pieno. Questa prospettiva cambia tutto: la cifra non indica che la gente sia pigra, ma offre una fotografia realistica di come la collettività umana, nel suo complesso, vive le sue giornate. Ogni essere umano contribuisce a questa media, anche chi non ha mai timbrato un cartellino.

Una media che nasconde enormi differenze

Ovviamente, questa media globale maschera enormi disparità. La giornata di un contadino in Vietnam è radicalmente diversa da quella di un programmatore a Torino o di un pescatore in Perù. La ricerca stessa evidenzia come il tempo dedicato a certe attività vari in modo significativo a seconda del livello di sviluppo economico e del contesto culturale di un paese. Nei paesi a basso reddito, ad esempio, si dedica molto più tempo alla preparazione del cibo e alle attività di sussistenza. In Italia, come in altre economie avanzate, gran parte del tempo “liberato” dal lavoro manuale viene assorbito dai trasporti, dalla burocrazia e, come abbiamo visto, dalla gestione della complessità digitale. La nostra specie è una, ma le sue giornate sono migliaia di mosaici diversi.

Come si compone la giornata di un essere umano in 24 ore?

Se il lavoro occupa solo una piccola fetta della torta, come impiega il resto del suo tempo l’umanità? La ricerca offre un affascinante spaccato della nostra vita aggregata, una sorta di “diario di bordo” della specie. La fetta più grande, prevedibilmente, è dedicata al sonno e al riposo, che assorbono circa 9 ore. Le attività che potremmo definire “personali” e “sociali” ne occupano altre 9. Questo include tutto: mangiare, lavarsi, conversare, giocare, imparare, passare del tempo con la famiglia. Circa 3 ore al giorno sono dedicate alla produzione di beni e servizi per il proprio nucleo familiare, come cucinare o pulire. Infine, rimangono proprio quelle 2,6 ore per il lavoro destinato al mercato. Questo bilancio temporale globale è fondamentale per capire le priorità implicite della nostra esistenza come collettività.

Ecco una ripartizione indicativa della giornata media globale di un essere umano:

Attività Tempo medio dedicato (ore al giorno)
Sonno e riposo ~ 9,0
Attività sociali, interpersonali e apprendimento ~ 4,5
Cura personale, mangiare e bere ~ 4,5
Produzione per il nucleo familiare (cucinare, pulire) ~ 3,0
Lavoro per il mercato (retribuito) ~ 2,6

Prospettive per il 2026: verso una nuova concezione del tempo

Questa visione d’insieme del tempo umano è più di una semplice curiosità statistica. È uno strumento potente per orientare le politiche future. Comprendere che l’essere umano medio dedica già oggi poco tempo al lavoro “ufficiale” ci spinge a interrogarci su modelli come la settimana corta, già in sperimentazione in diverse aziende italiane. Forse, l’obiettivo per il 2026 non è lavorare di meno, ma lavorare meglio, trasformando quelle ore improduttive in tempo di qualità, sia esso dedicato al lavoro concentrato o alla vita personale. Ogni persona potrebbe beneficiare di una ricalibrazione del proprio tempo, allineando meglio le giornate percepite con quelle reali. La sfida per la nostra specie sarà governare la tecnologia per liberare tempo, non per riempirlo di vuota frenesia.

Perché la percezione del tempo lavorato è così diversa dalla media?

La nostra percezione è legata all’esperienza individuale. Se lavori 8 ore al giorno, la media globale di 2,6 ore ti sembrerà assurda. Tuttavia, la tua esperienza non tiene conto dei miliardi di individui che non lavorano (bambini, anziani, studenti). Inoltre, come evidenziato, anche durante le ore “di lavoro”, molte attività (riunioni, email) non sono produttive e gonfiano la percezione del tempo impegnato rispetto al lavoro effettivo svolto. La mente di un essere umano fatica a distinguere tra “essere occupato” e “essere produttivo”.

Questa media di 2,6 ore significa che lavoriamo poco?

Assolutamente no. Significa due cose principali. Primo, che la forza lavoro attiva è solo una frazione della popolazione mondiale totale. Secondo, che anche le persone che lavorano a tempo pieno sprecano una quantità enorme di tempo in attività a basso valore aggiunto. Il problema non è la pigrizia degli individui, ma un’organizzazione del lavoro, soprattutto nei paesi sviluppati, che è diventata inefficiente e frammentata. L’obiettivo dovrebbe essere aumentare la qualità di quelle ore, non necessariamente la quantità.

Come viene calcolata esattamente questa media mondiale?

I ricercatori hanno utilizzato un metodo chiamato “Global Human Day”. Hanno raccolto dati da agenzie nazionali di statistica, organizzazioni internazionali come la Banca Mondiale e l’OCSE, e studi sull’uso del tempo condotti in 145 paesi tra il 2000 e il 2019. Hanno poi ponderato questi dati in base alla popolazione di ciascun paese per creare un profilo temporale di un ipotetico “essere umano medio”, rappresentativo dell’intera umanità. È un’aggregazione statistica su scala planetaria.

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